Pubblicato da: ddsandamianoasti | 3 maggio 2010

MATEcoMUSEI: Dal Caos al Cosmo. Parole, macchie e logica

Portava il titolo sopraindicato il settimo incontro filosofico, svoltosi il 1 e il 2 maggio grazie alla ormai consolidata collaborazione tra il gruppo Oron Oronta ed il Museo Arti e Mestieri di un tempo di Cisterna. Le sale del castello sono state per l’ennesima volta testimoni di un evento dal profilo culturale elevato, che ha saputo coinvolgere un vasto e partecipe pubblico.

I relatori hanno scelto volutamente un tema tanto ampio e interpretabile secondo varie sfaccettature, per mostrare le diverse angolazioni secondo cui l’argomento può essere trattato e le prospettive che ne conseguono, così come emerso dai loro interventi.

Prof. Giuseppe LongoHa aperto i lavori Giancarlo Tonani sostenendo che caos e cosmo sono strettamente connessi e che non ci si può difendere dal caos segregandolo, ma elaborandolo attraverso atti creativi, non cercando né verità né certezze. Se da un lato nel caos si annega, dall’altro il cosmo può diventare una prigione, esso stesso caos. Gli artisti hanno spesso utilizzato la macchia come metafora, in quanto suggerisce, evoca, amplia la visione. A partire dal “Parmenide” di Platone, in cui gli interlocutori concordano sul fatto che le entità morali abbiano idee, mentre macchie, peli e fango no, Tonani vede nella macchia una risorsa per la conoscenza, lo stesso Leonardo nel Trattato sulla pittura anticipa la psicodiagnostica mostrando macchie simili al test di Rorschach. Di fronte alla macchia possiamo reagire in modo difensivo oppure, come fa l’artista, interagire con essa, abbassando un po’ le difese, regredendo ma non troppo, perché se il controllo della coscienza svanisce, la macchia può spaventare e magari causare il pianto. Freud, ventiduenne, scrive una lettera alla fidanzata che teme lo tradisca, ma è così arrabbiato che la penna inciampa e ne scaturisce una macchia, che diventa significativa mentre il testo è molto formale; presagisce l’importanza di ciò che è celato rispetto a ciò che è manifesto. Non è soltanto risorsa di conoscenza psicologica, ma contiene il modo di rapportarsi alla verità. Anche Cartesio ha parlato di macchie, in specifico quelle del sapere antico e anche se abbiamo colmato la nostra cultura di idee chiare e distinte, non possiamo evitare di confrontarci con ciò che non lo è. L’approccio con la dimensione caos/cosmo non avviene attraverso moti uniformi e rettilinei ma zigzagando.

Marcello Furiani ha interpretato il tema dell’incontro alla luce del diario scritto da una studentessa ebrea di letteratura russa, Etty Hillesum. L’unica forma di resistenza al male si trova all’interno dell’individuo e la protagonista si rifugia nei libri e nella preghiera. Dio diventa un interlocutore che la salva dalla deriva intimistica; esorta all’accettazione di un dolore che non ha scelto. Queste pagine non costituiscono solo una testimonianza ma un’invenzione del mondo, una concreta e disillusa conoscenza della realtà. Lontana da Anna Frank e da Edith Stein, la sua è un’esperienza poetica: l’altro non è solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. Etty muore il 3 novembre 1943 ad Auswitz ed affida ad una cartolina le sue ultime parole “Abbiamo lasciato il campo”.

Gianni Cavallero e Alberto Banaudi si sono avvalsi di un mito per lo svolgersi delle loro riflessioni: Pan ed Apollo si contendono il titolo di musico più capace, il monte che li giudica assegna il titolo ad Apollo, ma Mida, re frigio, gli avrebbe preferito l’avversario. Mida viene punito da Apollo che gli fa crescere orecchie d’asino, mentre Dioniso gli concede di trasformare in oro tutto ciò che tocca; quando anche il cibo subisce questa trasformazione, Mida si rende conto della stoltezza della sua scelta e deve compiere un percorso per liberarsi del dono.

Banaudi riconosce a Platone il merito di aver delineato un nuovo continente, quello della filosofia, diversa dal tragico: il contrario della tragedia è l’etica, il dare una forma al caos del mondo. Chi agisce bene si sottrae al caos, seguire un’etica significa dare un senso all’avventura umana. Platone combatte il tragico passando attraverso la constatazione che la bellezza è follia fino a sostenere nel “Fedone”, che la morte non esiste, non c’è, in fondo il corpo di Socrate è già scisso dall’anima prima ancora che la cicuta faccia il suo effetto. Liberarsi dal mondo per accedere al divino: questo è il suo modo di dar ordine al caos.

La giornata di domenica ha visto come ospite il professor Giuseppe Longo, ordinario di Teoria dell’Informazione presso l’Università di Trieste, che ha presentato una serie di riflessioni raccolte sotto il titolo “Il mondo e la parola: carte per l’ignoto mare”. Ciascuno di noi vorrebbe parlare dell’indicibile, che corteggiamo continuamente, ma che non possiamo mai possedere. Tra mondo e parola ci sono connessioni profonde, è un rapporto incognito e le carte per navigare in questo ignoto mare sono del tutto personali. Noi studiamo il mondo con le nostre carte, ma il mondo sa com’è fatto e sa quali siano i suoi appuntamenti. I nostri metodi per indagarlo sono e restano riflessi. Tra lingua e pensiero c’è un legame inscindibile, tanto che i Greci erano persuasi di aver scoperto con la logica le leggi del pensiero, ma dall’altro lato c’è la realtà che si può tastare ma non si può conoscere in sé perché tra noi ed essa c’è un filtro costituito da noi stessi. La realtà non è ciò che vediamo ma una muraglia in lontananza verso cui lanciamo un urlo e ne ritorna l’eco. Gli esseri umani sono creature della narrazione, narrano storie anche fantasiose, narrazioni con cui si affrontano i grandi interrogativi. Con la comunicazione l’intelligenza si prolunga verso l’altro, diventa intelligenza collettiva che rende l’umanità simile alle comunità di insetti, la cui forza sta nella capacità di interagire. Accanto all’intelligenza collettiva esiste anche quella connettiva, che collega uomini e macchine e che denota un sistema complesso, fenomeno osservabile più che mai nella nostra società.

L’intervento si è concluso citando una domanda posta da Leibniz “Perché esiste qualcosa anziché il nulla?”. Osare una risposta sarebbe presuntuoso, forse ci sono interrogativi che non necessitano di risposta né ci autorizzano a diventare giudici di chi si arrischi in un terreno così sdrucciolevole.

Nonostante l’argomento non fosse di facile appropriazione, si sono constatate al termine delle due giornate, la semplicità e l’empatia dei relatori nel condividere una serie di riflessioni che toccano ciascuno di noi, in fondo ognuno ha il proprio caos e il proprio cosmo, in cui non è sempre facile destreggiarsi; le carte che ognuno sceglie per navigare in questo mare ignoto possono essere talvolta criticabili, ma non per ciò meno preziose e irrinunciabili.

Elena Cerruti

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